VERITÀ, DIGNITÀ, UMANITÀ ED ETICA NEL GIORNALISMO. Il triplice versante della carta stampata, del giornalismo on line e dei social

Il mio Intervento per il convegno

Giorgio Colopi

6/24/20225 min read

Più volte mi è capitato di riflettere sul tema del dibattito di questa sera “VERITÀ, DIGNITÀ, UMANITÀ ED ETICA NEL GIORNALISMO”. Credo che questo tema sia particolarmente complesso ed abbracci diversi ambiti. Da un punto di vista filosofico, ad esempio, potremmo chiederci cos’è la verità o, addirittura, mettere in discussione la sua stessa esistenza.

Esiste l’obbiettività? Esiste un modo di raccontare la realtà esente dalle opinioni, dal giudizio, da una particolare visione del mondo di chi scrive? Se la risposta fosse no dovremmo interrogarci sulla definizione e sulla natura stessa del giornalismo, ma non ho le competenze per approfondire questo tema.

Per quanto riguarda il mio lavoro, ci ho pensato spesso. Mi è capitato di chiedermi se le cose che mi vengono raccontate, a volte molto strane, siano realmente accadute oppure no. Sono giunto alla conclusione che, per quello che è il fine del mio lavoro, non mi importa saperlo. Non sono un giudice, né un poliziotto, sono un professionista il cui lavoro consiste nel far star bene la persona che ha di fronte.

Per me la verità è semplicemente ciò che mi viene raccontato.

Ho deciso di centrare il mio intervento su quelle motivazioni, spesso inconsce, che spingono le persone (noi) a documentarsi, ad approfondire la lettura di un articolo o, in chiave contemporanea, a cliccare sul titolo di un articolo apparso da qualche parte.

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Volgarmente parlando la prima spinta è la curiosità che, in termini più scientifici, è il tentativo di risolvere una dissonanza cognitiva. Quando c’è qualcosa nella nostra percezione che non rientra nei nostri schemi cognitivi, in ciò che è conosciuto, il nostro sistema nervoso va in allerta, in uno stato di attivazione tecnicamente definito Arousal (che assomiglia ad uno stato d’ansia). Questo meccanismo è stato funzionale all’evoluzione, ci ha aiutato a sopravvivere ed appartiene alla nostra natura animale. Se io sono fermo ad un semaforo e sento un colpo di clacson alle mie spalle (dissonanza cognitiva) mi attivo automaticamente alla ricerca di un senso per placare questa dissonanza cognitiva e l’arousal che ne consegue.

Questo vuol dire che più un titolo ad esempio si discosta dai nostri schemi, più ha dei caratteri di estraneità, di anomalia, più saremmo portati ad approfondirlo nel tentativo di placare il nostro arousal.

Leggiamo, alla ricerca di un senso, vogliamo capire la realtà che ci circonda possibilmente con il minore impegno cognitivo possibile e nel minor tempo. Il punto è questo.

Il problema è che la realtà, spesso e volentieri, è incredibilmente complessa ed il lettore medio non ha il tempo e la voglia di approfondire questa complessità.

Dal mio punto di vista il principale rischio etico legato al giornalismo è la semplificazione. L’opposto della verità non è la menzogna, ma la semplificazione, poiché la semplificazione è una distorsione della realtà il cui disinnesco richiederebbe tempo ed attenzione: non è una semplice bugia che può essere facilmente smentita.

Ho preso questo articolo a titolo esclusivamente esemplificativo. Ecco qui viene proposto un nesso di causa-effetto tra il fatto che la madre abbia tolto il cellulare a questa ragazza ed il fatto successivo che lei si sia lanciata nel vuoto. Chi ha deciso questo nesso di causa-effetto? Forse questa è la versione data dalla madre con cui la ragazza non andava d’accordo, una madre molto severa magari, controllante, che le vieta di fare qualsiasi cosa, magari viene derisa da i suoi compagni di classe perché è brutta, magari è disperata perché ha appena scoperto che il ragazzo che le piace da anni ha baciato la sua unica amica e ne stava parlando con qualcuno grazie al telefono.

Ecco, di questa ragazza non sappiamo niente, e non sapremmo niente anche se leggessimo l’articolo, sappiamo però che, d’ora in avanti, sarà “quella che si è buttata dal balcone perché le hanno tolto il cellulare”

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Noi sappiamo che le persone, noi, vogliamo emozioni. Non solo emozioni, come dire piacevoli, sorpresa, gioia, ma anche emozioni negative, tristezza, rabbia, etc. Le emozioni, in una certa misura, sono divertenti. Un articolo per essere interessante deve enfatizzare l’aspetto emotivo: sottolineare quanto sia stata sconvolgente la violenza sessuale subita, la vergogna, etc. Il pericolo etico, in questo senso, è che l’informazione diventi intrattenimento e le persone diventino personaggi, senza considerare che quell’articolo lo leggono tutti comprese le vittime e le persone a loro vicine. Il rischio è che queste persone subiscano un secondo danno che consiste nella spettacolarizzazione della loro vita e nella violazione della loro sfera privata, le emozioni sono qualcosa di intimo.

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Le persone hanno piacere ad essere considerate delle brave persone. Questo implica che qualsiasi comportamento umano deplorevole vuole essere allontanato il più possibile dalla normalità, dall’umanità a cui sentiamo di appartenere. Dunque c’è la tendenza in qualche modo ad isolare l’autore di un reato relegandolo ad una dimensione mostruosa. Il problema, nuovamente etico, è di creare una frattura sociale tra buoni e cattive che non è costruttiva.

In generale c’è la tendenza ad attribuire i comportamenti di una persona alla sua personalità piuttosto che alle circostanze, in psicologia sociale questo fenomeno viene definito “Errore fondamentale di attribuzione”

Faccio un esempio, se un cameriere al bar ci risponde in modo seccato siamo portati ad imputare la causa del suo comportamento alla sua personalità, è burbero. Difficilmente prendiamo in considerazione la possibilità che quella persona non sia burbera ma il suo comportamento sia determinato da qualcosa che è successo quel giorno, magari ha appena scoperto che, nonostante tutte le ore di straordinario e tutti i suoi sforzi, non gli rinnoveranno il contratto e magari ha appena litigato con sua moglie crede che sia colpa sua perché non si è fatto valere.

Ciò vuol dire che l’interpretazione usuale di un fatto criminale sia la personalità dell’autore: è pazzo, è malato, è un criminale. Non siamo interessati a comprendere le circostanze né addirittura ad accettarle come con-cause di crimine perché percepiamo questo come un pericolo: se tizio, che è una persona rispettabile, normale, simile a me, in determinate circostanze ha commesso qualcosa di vergognoso, ciò vuol dire che potrei farlo anch’io, questo sarebbe preoccupante.

Se nei primi anni del Novecento avessimo fatto una passeggiata nelle campagne viennesi ci saremo imbattuti in un uomo di mezza età che andava in giro a cavalcioni facendosi seguire da un gruppo di anatre.

Quell'uomo era Conrad Lorenz, uno scienziato, premio Nobel per i suoi studi sugli animali e per la scoperta dell'Imprinting. Se non conoscessimo la storia di questo gesto, il comportamento di Lorenz ci apparirebbe come del tutto folle ed insensato. Ecco adesso spostiamoci a giorni nostri e pensiamo a tutto che ci appare come folle ed insensato, magari leggendo i titoli dei giornali. Quanto conosciamo e quanto siamo disposti a conoscere il contesto e la storia di questi fatti invece di ridurre sempre tutto a variabili di personalità?

Non si tratta di giustificare, ma di comprendere.

Un informazione che non approfondisce il contesto ed i significati genera una realtà incomprensibile ed ingovernabile, e questo è un problema, non solo etico, che riguarda tutti. Il punto è che se non analizziamo le circostanze, il contesto in cui un reato ha avuto luogo, la realtà rischia di essere percepita come incomprensibile, abitata da persone malate che si nascondono tra i sani e che andrebbero individuate in qualche modo.

Per concludere

Spesso ho pensato che il lavoro dello psicoterapeuta sia in qualche modo opposto a quello del giornalista, nel senso che mentre un giornalista sottolinea l’eccezionalità di un episodio, e lo documenta proprio in quanto tale, lo psicoterapeuta cerca, in qualche modo di “normalizzarlo”, di umanizzarlo. Perché in psicoterapia vanno le vittime dei reati, ma anche gli autori.

«Sono un essere umano, niente di ciò ch'è umano ritengo estraneo a me». Publio Terenzio

Che tipo di linguaggio e quali accortezze sarebbe utile utilizzare nell’informazione per una società migliore?